DE GIOVANNI, DAL MONDO ARANCIONE AL PD: IL ROMANZO POLITICO DELLO SCRITTORE
Il dato politico non è l’adesione al Pd in sé, bensì il
percorso che conduce De Giovanni dentro un partito rispetto al quale il mondo
arancione di Luigi de Magistris ha rappresentato per anni una delle più nette
alternative cittadine. Ed è proprio con quell’esperienza che lo scrittore ha
avuto una lunga sintonia pubblica, culturale e politica.
De Giovanni è stato considerato per anni una delle voci più
autorevoli di quell’area civica e arancione che aveva accompagnato l’esperienza
di governo a Palazzo San Giacomo. Un mondo nel quale si ritrovavano scrittori,
artisti e intellettuali, da Erri De Luca allo stesso De Giovanni, accomunati
dall’idea che la stagione di de Magistris potesse rappresentare un’alternativa
ai partiti tradizionali e ai blocchi di potere consolidati. Non è un caso che
entrambi figurino tra i contributi richiamati nel volume “La città ribelle, Il
caso Napoli”, il libro dedicato proprio al racconto politico dell’esperienza
dell’ex sindaco.
Ma non è solo memoria del passato. Appena due mesi fa, de
Giovanni era alla Feltrinelli di piazza dei Martiri, a Napoli, in dialogo con
Luigi de Magistris per la presentazione del suo ultimo libro, “Attuare la
Costituzione”. Un appuntamento pubblico che conferma come il rapporto con l’ex
sindaco non appartenga soltanto agli anni della stagione arancione, ma sia
rimasto visibile anche in tempi recentissimi.
Nel 2021, inoltre, De Giovanni risultò tra i firmatari
dell’appello a sostegno della candidatura di Luigi de Magistris alla presidenza
della Regione Calabria, sempre contro il PD, insieme a numerosi artisti,
intellettuali e professionisti. Anche in quel caso non era una semplice
cortesia personale. Quella candidatura veniva presentata come una proposta di
radicale discontinuità rispetto ai blocchi di potere tradizionali. Era il linguaggio
dell’alternativa civica, della rottura, della distanza dagli apparati.
Per questo l’approdo odierno nella segreteria regionale del
Pd campano produce un cortocircuito evidente. La stagione di de Magistris
nacque e si consolidò anche in contrapposizione al Partito Democratico, prima
sul piano elettorale, poi su quello politico e amministrativo. A Napoli l’ex
magistrato vinse contro i candidati sostenuti dal centrosinistra tradizionale,
costruendo il proprio consenso proprio sull’idea di una rottura con gli
apparati di partito. Per anni il mondo arancione si è raccontato come alternativa
civica al Pd, ai suoi equilibri interni, alle sue correnti e alla sua classe
dirigente locale. In Campania, poi, quella distanza si è intrecciata con il
lungo scontro tra de Magistris e Vincenzo De Luca, trasformando la dialettica
istituzionale tra Comune e Regione in una vera contrapposizione politica. Contrapposizione che tra qualche mese si ripresenterà, visto che de Magistris si ripresenta sindaco anche e di nuovo contro il PD.
C’è poi un altro tema, più delicato ma non secondario:
l’opportunità per uno scrittore affermato, con un profilo pubblico costruito
anche sulla libertà dello sguardo e sull’autonomia della parola, di entrare
nell’organizzazione formale di un partito. Non perché l’impegno politico sia in
sé disdicevole, anzi. La politica resta una forma alta di partecipazione
civile, e chi sceglie di dedicarvi tempo, idee e responsabilità merita
rispetto, non dileggio. Il punto è un altro: quando una figura intellettuale
molto riconoscibile accetta una casella dentro una struttura di partito,
inevitabilmente cambia anche la percezione pubblica della sua voce. Non parla
più soltanto da osservatore, da scrittore o da cittadino impegnato, ma anche da
dirigente, da componente di una squadra, da parte di un’organizzazione.
La notizia vera, forse, sta proprio qui. Il Pd campano prova
a rivestirsi di società civile, cultura e profili esterni alla macchina
tradizionale del partito, ma nel farlo arruola anche figure a lungo associate a
una narrazione alternativa alla stessa storia politica del Pd napoletano e
campano. Da un lato l’operazione può apparire come un tentativo di
allargamento, dall’altro rischia di sembrare l’ennesima dimostrazione della
capacità del sistema politico di assorbire anche ciò che per anni si era presentato
come distante dagli apparati.
De Giovanni, da scrittore, conosce bene i colpi di scena.
Questa volta, però, il cambio di trama non riguarda un commissario, un delitto
o un’indagine letteraria. Riguarda la politica napoletana e campana. E il
finale, almeno per ora, è paradossale: una delle figure culturali più
riconoscibili della stagione arancione entra nella segreteria regionale del Pd,
il partito rispetto al quale quel mondo aveva costruito buona parte della
propria identità alternativa.
Lo scrittore ha escluso di voler utilizzare questo incarico
come trampolino per una candidatura parlamentare. Dichiarazione legittima, che
va registrata. Ma la politica, si sa, non vive soltanto di seggi in Parlamento.
Vive anche di ruoli di governo, di incarichi culturali, di profili tecnici o
civici chiamati a rappresentare una stagione nuova. E allora una domanda resta
sullo sfondo: se il campo largo dovesse prevalere alle prossime elezioni
politiche, un nome come quello di Maurizio De Giovanni potrebbe diventare
spendibile per un ruolo di governo, magari proprio alla Cultura? Non sarebbe
una candidatura elettorale, ma sarebbe comunque un approdo politico di
primissimo piano.
Più che un semplice incarico nella segreteria regionale del
Pd, dunque, questo ingresso somiglia all’ultimo capitolo di un romanzo politico
tutto napoletano. Uno di quelli in cui i protagonisti cambiano scena,
dichiarano di non cercare il Parlamento, ma intanto entrano nel luogo in cui si
costruiscono relazioni, identità e possibili destini di governo.
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