IL MISTERO DELLA CITTADINANZA SCOMPARSA CHE DIVENTA UN MURALE
Perché mentre un artista decide di rendere omaggio alla
relatrice speciale delle Nazioni Unite, il Comune di Napoli resta fermo. O, più
precisamente, resta in silenzio.
Il 7 agosto 2025 il Consiglio comunale ha approvato a
maggioranza un ordine del giorno per conferirle la cittadinanza onoraria. Un
atto politico chiaro, promosso dai consiglieri Sergio D'Angelo e Rosario
Andreozzi, che impegnava l’amministrazione a tradurre quell’indirizzo in un
provvedimento concreto. Da allora, però, non è accaduto nulla. Nessuna delibera
di Giunta, nessuna cerimonia, nessuna spiegazione pubblica da parte del sindaco
Gaetano Manfredi. Solo un silenzio che, con il passare dei mesi, ha assunto il
peso di una scelta non dichiarata.
Ed è proprio qui che la questione smette di essere politica
e diventa istituzionale. A prescindere da come la si pensi sulla figura di
Albanese, resta un punto dirimente: il Consiglio comunale è un organo sovrano o
un semplice orpello?
Se vota un indirizzo politico e questo resta senza seguito, senza spiegazioni,
senza nemmeno un atto formale che ne chiarisca il destino, allora il problema
non è più il merito della decisione, ma il funzionamento stesso delle
istituzioni.
E tuttavia, c’è un altro elemento che colpisce, più sottile
ma non meno significativo. I consiglieri proponenti non hanno finora sollevato
pubblicamente una contestazione netta rispetto al mancato seguito dell’atto.
Nessuna presa di posizione forte, nessuna richiesta formale di chiarimento,
nessuna iniziativa politica visibile.
Un silenzio nel silenzio.
Viene da chiedersi se una spiegazione sia stata fornita,
magari in via informale, dal sindaco. Se le ragioni di questo stallo siano
state condivise privatamente, e se questo basti a giustificare l’assenza di una
reazione pubblica.
Perché anche questo è un passaggio politico. Quando un atto
viene votato e poi resta sospeso, il tema non riguarda solo chi non decide, ma
anche chi non rivendica.
Ed è proprio in questo spazio sospeso che si inserisce il
murale. Non è il Comune a riconoscere Albanese, ma una parete di Barra. Non è
un atto istituzionale a sancire un’onorificenza, ma un’immagine. Non è la
politica a prendersi la responsabilità di una decisione, ma l’arte a colmare
quel vuoto.
Il risultato è un cortocircuito evidente. Un artista che
agisce, un’istituzione che arretra. Un gesto che diventa pubblico e visibile, e
una decisione che resta implicita e mai spiegata. In mezzo, una città che
osserva.
Non si tratta, qui, di condividere o contestare la figura di
Francesca Albanese, che resta legittimamente divisiva nel dibattito
internazionale. Il punto è un altro, ed è più profondo. Può un sindaco non dare
seguito a un voto del Consiglio comunale senza chiarirne le ragioni? Può un
indirizzo politico restare sospeso senza che nessuno si assuma la
responsabilità di dire perché?
Tra una scelta e una rinuncia c’è una differenza
sostanziale. La prima si esplicita, si difende, si argomenta. La seconda si
consuma nel silenzio.
Eppure, il murale di Barra non racconta solo questo. Dice
anche altro, forse meno evidente ma altrettanto significativo. Negli ultimi
anni, Jorit è diventato il protagonista quasi esclusivo della narrazione visiva
della città. I suoi volti monumentali hanno segnato quartieri, aperto
dibattiti, acceso riflettori. Hanno avuto, senza dubbio, una funzione sociale e
simbolica.
Ma proprio questa presenza così continua e pervasiva rischia
oggi di produrre un effetto diverso. Quando il linguaggio si ripete, quando il
codice visivo resta sempre lo stesso, quando ogni tema passa attraverso la
stessa cifra artistica, il rischio è quello dell’assuefazione. Anche un
messaggio forte, se reiterato senza pausa, finisce per perdere parte della sua
forza.
Non è una questione di qualità, ma di equilibrio. Una città
non può essere raccontata da una sola voce, per quanto autorevole. E l’arte,
quando diventa sistematica, rischia di trasformarsi in abitudine.
Così, il volto di Albanese che emerge su un edificio di
Barra finisce per rappresentare più di una semplice opera. È il punto di
incontro tra un’istituzione che tace, una politica che non incalza e un’arte
che interviene, fino quasi a sostituirsi.
E allora la domanda finale resta sospesa, come quell’atto
mai completato: Napoli è ancora una città governata dalle sue istituzioni, o è
diventata un luogo in cui le decisioni si consumano altrove, lontano dagli
occhi dei cittadini?
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