IO, ENZO TORTORA E IL VOTO PER IL REFERENDUM

 

Negli anni Ottanta la vicenda di Enzo Tortora fu per me uno spartiacque. Non solo per l’errore giudiziario che lo travolse, ma per ciò che quella storia rivelò sul funzionamento del sistema. Un uomo amato dal pubblico, trasformato in poche ore nel simbolo di una colpevolezza costruita, poi crollata. E intanto mesi di carcere, anni di fango, una vita segnata per sempre.

Lessi tutto ciò che potevo, verbali, sentenze, articoli, libri. Cercavo di capire. Fu allora che mi avvicinai alla politica e mi iscrissi al Partito Radicale, perché la battaglia per la sua innocenza era una battaglia di civiltà giuridica, di garantismo, di difesa della presunzione di innocenza.

Negli anni successivi il mio percorso politico è proseguito fino alla mia elezione al Comune di Napoli nelle liste di Forza Italia. Cambiarono i contesti, non i principi.

Da consigliere comunale proposi l’intitolazione di una strada a Tortora. Fu scelta una strada nel quartiere di Fuorigrotta, proprio dove sorgono gli studi della Rai, la Rai che lo aveva visto protagonista indiscusso come presentatore. L’ordine del giorno fu approvato all’unanimità, con parole sentite anche dell’allora sindaco Rosa Russo Iervolino. Un gesto simbolico, certo, ma necessario.

Molti dei magistrati protagonisti di quell’inchiesta hanno poi avuto carriere importanti. Il Consiglio Superiore della Magistratura archiviò le contestazioni disciplinari. Le ispezioni volute dal ministro Giuliano Vassalli non portarono a conseguenze sostanziali. Tra le poche voci critiche vi fu Giancarlo Caselli, che parlò di gravi omissioni. Il sistema, nel suo complesso, non si mise realmente in discussione.

È anche per questo che considero importante il referendum sulla giustizia.

La separazione tra funzione requirente e funzione giudicante, con due distinti organi di autogoverno al posto dell’attuale modello unitario del Csm, rafforza la terzietà del giudice e chiarisce i ruoli. L’introduzione del sorteggio per la scelta dei componenti togati degli organi di autogoverno elimina il peso delle correnti e delle appartenenze organizzate. Meno logiche di schieramento, meno dinamiche di scambio, più indipendenza effettiva.

E l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma rende più credibile il principio di responsabilità. Non per punire, ma per garantire che quando si sbaglia in modo grave vi sia un controllo serio, non autoreferenziale.

Forse nulla avrebbe cancellato ciò che accadde a Tortora. Ma un sistema con separazioni più nette, con organi sottratti alle logiche correntizie, con responsabilità disciplinari realmente indipendenti, avrebbe reso più difficile che errori così devastanti restassero senza conseguenze.

Quando entrerò nella cabina elettorale e sbarrerò il sì, il mio pensiero andrà a Enzo Tortora. Andrà anche alla sua famiglia, che ha sopportato un dolore, un’angoscia, un’umiliazione pubblica che nessuno dovrebbe mai subire.

Io voterò sì per coerenza con la mia storia personale e politica. Lo farò perché la libertà personale non è un concetto astratto, è il confine che protegge ciascuno di noi. Lo farò perché credo che una giustizia forte debba essere anche controllabile, responsabile, davvero terza.

Non è un voto contro qualcuno. È un voto per una giustizia più giusta.

E spero che ciascuno di voi scelga, secondo coscienza, di non restare indifferente.

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