A NAPOLI DI NUOVO UN MINISTRO, L’OCCASIONE POLITICA CHE IL GOVERNO NON PUÒ IGNORARE
Le dimissioni di Daniela Santanchè aprono una fase nuova. Non solo per il governo, ma per gli equilibri politici e territoriali che ruotano intorno all’esecutivo.
Il
punto, però, va chiarito subito: un ministro del Turismo rappresenta l’intero
Paese, non un territorio. E proprio per questo la scelta di chi guiderà il
dicastero assume un valore politico ancora più significativo.
Perché
Napoli, oggi, si trova in una condizione particolare. Non rivendica un ministro
per appartenenza, ma perché ha perso una presenza e non è riuscita a
sostituirla.
Napoli,
capitale del Mezzogiorno, per storia, dimensione e ruolo economico e culturale,
non è una città qualunque. È il principale punto di riferimento del Sud e uno
snodo decisivo per le dinamiche nazionali.
Con
l’uscita, nel settembre 2024, di Gennaro Sangiuliano e la sua sostituzione con
Alessandro Giuli, Napoli ha visto venir meno l’unico riferimento diretto nel
Consiglio dei ministri. Una presenza che, pur non avendo costruito una filiera
politica strutturata, aveva garantito visibilità e attenzione.
E
non è un dettaglio.
Durante
il suo mandato, Sangiuliano ha accompagnato una fase di forte rilancio
dell’immagine culturale della città, sostenendo iniziative, eventi e
investimenti che hanno contribuito a rafforzare la centralità di Napoli nel
dibattito nazionale. Una presenza istituzionale che, al di là delle valutazioni
politiche, ha avuto un impatto rilevante anche nella percezione del
centrodestra napoletano.
Oggi
quella visibilità nazionale non c’è più, nonostante l’ex ministro sia stato
eletto consigliere regionale con un’ottima affermazione in termini di
preferenze personali.
E
il vuoto si avverte ancora di più in un momento in cui Napoli e la Campania
stanno vivendo una fase di crescita significativa sul piano turistico. Un
territorio che attrae sempre più visitatori e che si prepara a eventi di
rilievo internazionale.
Tra
questi, l’America’s Cup e il rilancio di Bagnoli rappresentano due simboli
concreti di una stagione nuova. Interventi voluti e costruiti dal governo
insieme agli enti locali, che stanno ridisegnando una parte strategica della
città e proiettandola su uno scenario internazionale.
Eppure,
paradossalmente, la narrazione di questo percorso appare oggi quasi
esclusivamente appannaggio del sindaco Gaetano Manfredi, anche in qualità di
commissario di governo per Bagnoli.
Manca
una voce politica nazionale della forza di un ministro, riconducibile al
territorio. Manca un riferimento diretto capace di valorizzare, anche sul piano
comunicativo, l’impegno del governo su Napoli.
In
questo contesto, la scelta del prossimo ministro del Turismo può assumere un
valore che va oltre la semplice gestione amministrativa.
Un
ministro proveniente da un territorio in espansione turistica, come Napoli,
potrebbe rappresentare un punto di forza. Non per “difendere” un’area, ma per
interpretare meglio una fase di crescita che riguarda l’intero Paese.
Ma
perché questa scelta sia efficace, serve anche chiarezza sul profilo.
Serve
una figura di estrazione politica, oppure proveniente dalla società civile, ma
comunque fortemente orientata, capace di muoversi dentro le dinamiche
istituzionali e, allo stesso tempo, di leggere il territorio. Non una soluzione
neutra o di semplice equilibrio, ma una personalità riconoscibile, autorevole,
in grado di tenere insieme rappresentanza e visione, e capace di fare sintesi.
C’è
poi un altro livello, più strettamente politico.
Il
centrodestra napoletano e campano attraversa una fase di estrema difficoltà,
mentre il centrosinistra fa di Napoli la culla del cosiddetto campo largo che,
se qui appare così competitivo, è anche per la debolezza cronica degli
avversari locali.
I
risultati elettorali sono deboli, la visibilità è scarsa, le divisioni interne
sono quotidiane. Scontri continui, candidature contestate, incapacità di
esprimere una linea condivisa, sia nei comuni della provincia sia, soprattutto,
in vista della scelta del candidato sindaco per Napoli.
Il
risultato è sotto gli occhi di tutti: una coalizione che fa parlare di sé più
per i conflitti interni che per una proposta politica credibile. Anche sul
referendum, il dato del sì ha mostrato tutte le difficoltà di mobilitazione e
radicamento.
In
questo scenario, un ministro napoletano potrebbe avere un doppio effetto.
Da
un lato, restituire visibilità a un territorio oggi ai margini del governo.
Dall’altro, offrire al centrodestra locale un punto di riferimento capace di
ricomporre, o almeno attenuare, le fratture interne.
Non
si tratta di pensare che una nomina possa risolvere problemi strutturali. Ma è
evidente che, in politica, la presenza nei luoghi decisionali conta. E conta
anche nella percezione.
Un
ministro del Turismo napoletano, in una fase in cui il governo è impegnato su
dossier importanti per il territorio, potrebbe contribuire a raccontare e
valorizzare quanto si sta facendo. Una narrazione oggi difficile, quasi
impossibile, in un contesto politico locale segnato da divisioni e silenzi.
Il
governo guidato da Giorgia Meloni ha davanti a sé una scelta.
Non
obbligata, ma politicamente rilevante.
Non
si tratta di “restituire” un ministro a Napoli, ma di capire se investire su un
territorio che, pur in difficoltà politica, resta centrale nelle dinamiche
economiche e turistiche del Paese.
Perché
Napoli non chiede rappresentanza per principio, ma perché sa che, senza
rappresentanza, anche le opportunità rischiano di restare inespresse.
E
questa, più che una rivendicazione, è una questione di visione.
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