MARTUSCIELLO E IL PRINCIPIO A GEOMETRIA VARIABILE
Fulvio Martusciello ha posto una condizione inedita: Edmondo Cirielli, se dovesse candidarsi alla presidenza della Regione Campania, dovrebbe impegnarsi a restare in Consiglio regionale anche in caso di sconfitta. In caso contrario, niente apparentamento con Forza Italia:
"Cirielli può vincere le elezioni ma deve prendere impegno, in caso di sconfitta, di rimanere in Consiglio Regionale. In caso contrario, niente apparentamento."
Un principio curioso, che non trova riscontro né nella storia politica recente né nella prassi del centrodestra.
Negli ultimi vent’anni nessuno ha mai chiesto a un candidato presidente di assumere un simile impegno. Non lo si è chiesto a Lucia Borgonzoni in Emilia-Romagna nel 2020, né a Susanna Ceccardi in Toscana, sempre nel 2020, né a Raffaele Fitto in Puglia, anch’egli candidato nello stesso anno per Fratelli d’Italia. Tutti, dopo la sconfitta, hanno ripreso i propri ruoli parlamentari o europei. Perché è così che funziona: non è il seggio regionale l’obiettivo, ma la guida dell’ente. La candidatura alla presidenza non è una tappa di carriera, ma una missione politica.
La stessa logica vale nel centrosinistra. Ultimi casi, Matteo Ricci, eurodeputato e candidato nelle Marche nel 2025, ha già chiarito che in caso di sconfitta tornerà a Bruxelles, Pasquale Tridico, candidato in Calabria nello stesso anno, farà altrettanto. È una regola non scritta: chi rappresenta la coalizione lo fa come leader, non come aspirante consigliere. Fermo restando scelte politiche precise come quella di Andrea Orlando del Pd, candidato perdente in Liguria, che ha deciso in autonomia di restare senza che nessuno glielo avesse chiesto come condizione per la candidatura.
Del resto, l’intera politica italiana oggi si muove nella direzione opposta a quella evocata da Martusciello. Non si tratta di elezione diretta ma alle Europee del 2024, i partiti hanno candidato i propri leader nazionali — Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Elly Schlein — con il solo scopo di trainare le liste, non certo per sedersi a Strasburgo.
Le candidature di vertice servono a motivare, a dare forza e visione, non a programmare il dopo in caso di sconfitta.
Perché una coalizione, quando sceglie il proprio candidato, non deve pensare al dopo, ma alla vittoria come unica ipotesi possibile. Nel momento in cui si ragiona su cosa accadrà se si perde, si manda un messaggio di debolezza: si deprimono le truppe, si spegne l’entusiasmo, si ammette implicitamente di non crederci davvero, di considerarsi perdenti.
La richiesta di Martusciello, dunque, appare più tattica che ideale. Una clausola costruita per limitare il peso politico di Cirielli, non per rafforzare la coalizione. E in politica, quando si ragiona per frenare invece che per vincere, si è già un passo indietro.
✍️ di Raffaele Ambrosino
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