IL MOVIMENTO CHE NON C’È PIÙ. IN LISTA I PRESCELTI, FUORI GLI ALTRI
✍️ di Raffaele Ambrosino
Nel Movimento che doveva “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, la scatoletta s’è chiusa di nuovo. E dentro ci sono sempre gli stessi: pochi, nominati, fedeli. Quelli che decidono chi entra e chi resta fuori.
Il caso di Alessandro Cannavacciuolo, l’attivista di Acerra che portò la Terra dei fuochi davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo ottenendo una sentenza storica contro lo Stato italiano, è il paradigma del nuovo corso: chi non appartiene al cerchio magico resta fuori.
Cannavacciuolo parla di “atto politico grave, un colpo basso, un’ingiustizia”.
E non ha torto: la sua esclusione dalle liste regionali del Movimento 5 Stelle in Campania mostra una logica spartitoria ormai indistinguibile da quella dei peggiori partiti della Prima Repubblica.
Assieme a lui, è rimasto fuori anche Claudio Cecere, consigliere comunale di Napoli, che accetta la decisione con disciplina, parlando di “ragioni di forza maggiore”. Ma il messaggio è chiaro: dentro i Cinque Stelle, oggi, si costruiscono liste su misura per favorire i “prescelti”, e si tengono fuori i candidati che avrebbero potuto raccogliere preferenze personali.
A peggiorare il quadro, la pantomima della votazione online in cui gli iscritti non possono scegliere i candidati singolarmente, ma devono ratificare in blocco l’intera lista.
Un rito che sa di democrazia apparente, l’ennesima messa in scena di un partito che aveva giurato di non diventare mai… un partito.
Il malumore, però, cresce. E non solo per le liste.
Stamattina a Napoli, durante un incontro di Roberto Fico con consiglieri comunali, municipali e attivisti, l’ex presidente della Camera è stato contestato per l’alleanza con una lista in cui il capolista è Armando Cesaro, figlio di Luigi, l’uomo che lo stesso Fico aveva più volte attaccato in passato come simbolo di quel potere da cui il Movimento voleva liberarsi. La coerenza, a quanto pare, non è più un obbligo statutario.
Sul caso Cannavacciuolo è intervenuto anche Francesco Emilio Borrelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra:
“Voglio esprimere la mia piena solidarietà ad Alessandro Cannavacciuolo, che ha sempre operato con coraggio e coerenza. Che oggi venga isolato o escluso è un segnale grave. Nella vita, come in politica, bisogna scegliere da che parte stare, e io continuerò a stare con Alessandro”.
E mentre la tempesta infuria in Campania, un altro fulmine cade a livello nazionale: Chiara Appendino, ex sindaca di Torino e vicepresidente del Movimento, si è dimessa oggi dal suo incarico, denunciando apertamente la perdita d’identità e la linea ambigua delle alleanze.
Un gesto che pesa, e che conferma come il malessere non sia più circoscritto ai territori, ma attraversi l’intero corpo del Movimento.
A fotografare il naufragio arriva anche l’ex ministro Danilo Toninelli, oggi tra i più duri critici del “post-Grillo”:
“Le dimissioni di Chiara Appendino non cambiano il destino di un Movimento 5 Stelle ormai snaturato e politicamente finito, ma hanno almeno il merito di rompere il silenzio. Il vero punto è un altro: il Movimento è stato svuotato quando Giuseppe Conte, con l’operazione Nova, ha cancellato Beppe Grillo dallo statuto e lo ha spostato stabilmente nel campo del centrosinistra, trasformandolo in un partito come tutti gli altri.
Il gesto di Appendino arriva tardi, ma conferma che qualcosa dentro il M5S si è rotto e che molti non si riconoscono più nel progetto personale di Conte. Ora bisogna dirlo con chiarezza: questa creatura non è più il Movimento 5 Stelle. L’unica scelta onesta è restituire il simbolo e la storia al suo fondatore, Beppe Grillo, perché solo lui può decidere se dargli una fine dignitosa”.
Ecco il punto. Il Movimento che nacque per “spazzare via i partiti” oggi è diventato il più prevedibile dei partiti: diviso, autoreferenziale, e senza più popolo. La rivoluzione, ormai, è finita.

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