L’ADESSO E IL DOPO: IL CENTRODESTRA TRA CALCOLO E RISCHIO DI DEBOLEZZA
«Ho imparato che esistono due frangenti di tempo in cui fare le cose. L’adesso e il dopo. Rimandare può sembrare saggio, a volte c’è bisogno di ponderare bene le situazioni e le possibili conseguenze. Ma, purtroppo, in certe circostanze riflettere troppo può essere scambiato per esitazione o, peggio ancora, per debolezza». Il monito di Vogel, protagonista de "La ragazza nella nebbia", libro di Donato Carrisi, sembra fotografare la situazione del centrodestra in Campania.
Nelle scorse settimane sono circolati molti nomi: Mara Carfagna, capace in passato di straordinari exploit elettorali a Napoli e in Regione, Matteo Piantedosi, Gianpiero Zinzi, Antonio D’Amato, Marco Demarco, Costanzo Jannotti Pecci, Giovanni Francesco Nicoletti e altri ancora. Nomi che hanno riempito titoli e indiscrezioni, ma che, alla prova dei fatti, si sono sfilati o non hanno mai avuto un reale via libera politico.
Oggi sembra restino due opzioni: Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri e figura di punta di Fratelli d’Italia, e Giosy Romano, presidente della Zes Unica del Mezzogiorno. Due profili diversi ma entrambi spendibili. Cirielli ha una lunga esperienza politica, un radicamento solido sul territorio e una reputazione di uomo delle istituzioni, con credibilità nazionale e rapporti consolidati nella diplomazia e nella sicurezza. Un candidato politico capace di motivare la base e di dare identità alla campagna elettorale.
Romano, invece, è un civico con un curriculum amministrativo di peso. Alla guida della Zes Unica ha sbloccato iter e attratto investimenti, dimostrando capacità di mediazione e dialogo con imprese, istituzioni e territori. Nel 2020 presentò una lista a sostegno di De Luca, facendo eleggere due consiglieri regionali, e non a caso il governatore ha espresso pubblicamente apprezzamento per lui in un recente incontro con i suoi fedelissimi.
Il centrodestra aspetta. E non lo fa solo per indecisione, ma anche per calcolo: osserva lo scontro interno al centrosinistra, dove De Luca e i deluchiani trattano con un’alleanza restia ad accettare termini che garantirebbero la segreteria regionale del PD a Piero De Luca e la prosecuzione del programma del governatore, dal Faro alle dieci nuove strutture ospedaliere. A rendere ancora più accesa la tensione, in queste settimane si sono moltiplicati gli appelli pubblici di intellettuali di sinistra contro l’accordo De Luca–Schlein–Conte, a conferma di una frattura che non si limita ai partiti ma attraversa anche mondi culturali e civici tradizionalmente vicini al centrosinistra.
È molto improbabile l’ipotesi di una candidatura di rottura di De Luca contro entrambi gli schieramenti, come ventilato per l’assessora Lucia Fortini o il vice Fulvio Bonavitacola: opzioni senza entusiasmo nemmeno tra i suoi. Più probabile, in caso di rottura col centrosinistra, una convergenza su un civico di suo gradimento, come Romano, in una sfida contro Roberto Fico, figura poco gradita a politici ed elettori moderati.
Anche in caso di ricompattamento del centrosinistra, un candidato civico eviterebbe di legare un’eventuale sconfitta a un partito specifico, al contrario di un politico come Cirielli che, pur portando energia e identità, esporrebbe direttamente Fratelli d’Italia e la premier.
Per il centrodestra, il dilemma è chiaro: attendere per colpire nel momento giusto o rischiare che l’attesa si trasformi nell’immagine di una coalizione incapace di decidere. Perché, come avverte Vogel, l’adesso e il dopo non durano mai all’infinito, e quando il dopo arriva troppo tardi non è più una scelta strategica, ma un’occasione perduta.
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