IL SINDACO DISERTA IL CONSIGLIO COMUNALE MA SI INDIGNA PER IL SAN CARLO

 

✍️ di Raffaele Ambrosino

Il Consiglio comunale di Napoli, al netto delle sue inefficienze, resta l’unico luogo in cui si assumono decisioni fondamentali per la città. È lì che il sindaco dovrebbe confrontarsi con chi lo sostiene e con chi lo contesta, dare conto delle scelte, ascoltare le critiche, partecipare al dibattito. Invece, da mesi, Gaetano Manfredi si distingue per numerose assenze, sistematiche e silenziose. 

Non è solo una questione di rispetto istituzionale, ma di sostanza democratica. L’ex sindaca Iervolino, ad esempio, non è mai stata assente in nessun consiglio convocato durante i suoi dieci anni di sindacatura. Eppure, nonostante le proteste dell’opposizione e le lamentele sempre più esplicite anche tra i consiglieri di maggioranza, il sindaco continua a disertare un numero eccessivo di sedute. Convinto, a giusta ragione, che alla fine i numeri per approvare gli atti non gli mancheranno mai. 

Ma se ha una maggioranza che approva tutto anche in sua assenza, perché si scandalizza se in un altro consesso una diversa maggioranza fa altrettanto senza di lui? 

La domanda nasce spontanea dopo quanto accaduto ieri al Teatro di San Carlo. Il Consiglio di indirizzo, convocato e poi annullato da Manfredi che ne è il presidente, si è comunque riunito in parte, e tre suoi componenti – espressione di Ministero della Cultura e Regione – hanno indicato Fulvio Macciardi come nuovo sovrintendente. Apriti cielo. Il sindaco ha gridato all’irregolarità, alla forzatura, e altri – come il deputato Matteo Orfini e diversi esponenti della Commissione Cultura – hanno parlato di uno sgarbo istituzionale. 

Eppure, ciò che contesta nel caso San Carlo è precisamente ciò che pratica abitualmente a Palazzo San Giacomo: l’assenza. Con una differenza sostanziale. In Consiglio comunale, la sua maggioranza gli permette comunque di far passare ogni provvedimento. Al San Carlo, invece, la maggioranza del Consiglio di indirizzo non è più la sua. E questo, più del metodo, sembra il vero punto dolente. 

Manfredi può anche avere ragione formalmente, perché quella riunione l’aveva sconvocata. Ma politicamente ha subito una sconfitta netta. Una sconfitta che si sostanzierà, con ogni probabilità, nella conferma ufficiale di Fulvio Macciardi come sovrintendente del Massimo napoletano, scelto in sua assenza da una maggioranza che ha agito mentre lui era altrove. 

Non solo. Dopo aver annullato la riunione – per impegni a Roma – il sindaco non si è neppure premurato di riconvocarla, magari nel pomeriggio o il giorno successivo. Nulla. Come al solito, la pratica è stata rinviata e basta, come rinvia da due anni e mezzo la nomina dell'assessore al posto di Mancuso. Una tattica ormai consolidata: far passare il tempo, congelare i problemi, sperando che si risolvano da soli o che qualcuno li risolva al posto suo. 

Il vuoto nella governance del Teatro, del resto, è figlio proprio del suo ritardo. Mesi senza una proposta, senza una strategia, senza una convocazione risolutiva, con pesanti ricadute sui ritardi delle programmazioni. Ora si cerca di scaricare su altri la responsabilità di una paralisi che nasce, in realtà, da una guida intermittente, distratta, autoreferenziale. 

Chi governa Napoli non può permettersi il lusso di comparire solo quando fa comodo e sparire quando è il momento di decidere. Perché poi, quando qualcun altro decide al posto suo, gridare allo scandalo non basta. Soprattutto se si è contribuito a costruire quel vuoto. 

Napoli non ha bisogno di un sindaco offeso, ma di un sindaco presente. In Consiglio comunale, come nei luoghi in cui si decide il futuro delle sue istituzioni culturali. 

 

 

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