MUNICIPALITÀ O UFFICIO COLLOCAMENTO? IL PD E IL DECENTRAMENTO TRADITO
Il Partito Democratico napoletano sembra aver elaborato una concezione piuttosto creativa del decentramento amministrativo: non tanto avvicinare il potere ai territori, quanto spostare gli assessori da un territorio all’altro secondo le esigenze del momento. E a certificare che il problema non è una semplice polemica locale è innanzitutto Pasquale Esposito, consigliere comunale del Pd, che ha attaccato frontalmente la segreteria metropolitana parlando di «inadeguatezza» e ponendo una domanda tutt’altro che marginale: a cosa servono e cosa rappresentano, a questo punto, i circoli territoriali?
La scelta è nota. Fabio Russo, esponente del Pd di Soccavo, viene nominato assessore nella VII Municipalità, quella di Secondigliano, Miano e San Pietro a Patierno, mentre proprio nel territorio dal quale proviene si è liberata una casella in giunta dopo l’ingresso di Tommaso Nugnes in Consiglio comunale.
Sia chiaro: il problema non è Fabio Russo e non avrebbe senso trasformare una questione politica in una valutazione personale. Russo potrebbe rivelarsi un ottimo assessore e acquisire rapidamente una conoscenza approfondita del territorio che gli è stato affidato. Il punto è un altro, ed è molto più serio: quale idea di decentramento può giustificare una scelta del genere? Se le Municipalità esistono per garantire prossimità, conoscenza diretta dei quartieri, rapporto con le comunità locali e valorizzazione del radicamento politico e sociale, allora appare difficile comprendere perché un esponente che ha costruito il proprio percorso a Soccavo debba essere trasferito politicamente a Secondigliano, mentre proprio a Soccavo esiste una posizione vacante.
La spiegazione più semplice, naturalmente, è anche quella che il Pd dovrebbe avere il coraggio di smentire con argomenti convincenti: che le Municipalità vengano considerate, almeno in questa fase, non tanto come istituzioni territoriali quanto come caselle utili a comporre equilibri interni. Ed è qui che la vicenda assume un sapore particolarmente amaro, perché soltanto pochi giorni fa una parte consistente del Partito Democratico napoletano si era indignata per la nomina di Claudio de Magistris ad assessore nella VI Municipalità. In quell’occasione si erano evocati il rispetto della coalizione, la coerenza politica, gli equilibri sui quali era nato il governo municipale e perfino il tradimento del mandato elettorale. Tutti argomenti legittimi, naturalmente. Ma i principi, per essere tali, dovrebbero valere anche quando a metterli alla prova è il proprio partito.
Se invece una scelta compiuta dagli altri viene descritta come una violazione degli equilibri territoriali e una scelta analoga compiuta dal Pd diventa improvvisamente fisiologica, allora non siamo più nel campo della coerenza politica, ma in quello della convenienza. E la contraddizione è ancora più evidente perché a protestare non sono avversari del centrosinistra, bensì gli stessi rappresentanti democratici della VII Municipalità. Il capogruppo Vincenzo Mancini ha scritto direttamente alla segretaria nazionale Elly Schlein, denunciando l’amarezza di chi lavora da anni in un territorio difficile e vede poi arrivare una scelta assunta altrove. Mancini, Maria Tonicello e Fortuna Musella hanno deciso di passare all’opposizione della giunta municipale.
A questo punto il problema non è più una singola nomina. È il metodo.
Francesco Dinacci, quando è stato eletto segretario metropolitano del Pd, aveva indicato nell’ascolto dei territori e nel rilancio dei circoli uno dei cardini della nuova stagione del partito napoletano. Propositi condivisibili, ma che oggi vengono sottoposti alla prova più semplice: cosa accade quando il territorio non applaude, ma protesta? Perché è facile parlare di centralità dei circoli quando i circoli devono mobilitare militanti, organizzare iniziative, riempire sale o sostenere campagne elettorali. Più difficile è riconoscere loro un peso quando le decisioni riguardano davvero la distribuzione del potere e delle responsabilità politiche.
Ed è proprio qui che il silenzio diventa assordante. Non soltanto quello della segreteria metropolitana, direttamente chiamata in causa da Esposito, ma anche quello della segreteria regionale del Pd e di un gruppo dirigente che pure non perde occasione per rivendicare attenzione alle periferie, partecipazione e radicamento. Possibile che nessuno avverta la contraddizione di un partito che esalta il valore delle comunità territoriali e poi, quando arriva il momento di scegliere, tratta Soccavo e Secondigliano come luoghi sostanzialmente intercambiabili? Possibile che nessuno ritenga necessario spiegare perché una Municipalità debba diventare il luogo nel quale risolvere equilibri politici maturati altrove?
Il silenzio pesa ancora di più se si guarda a Palazzo San Giacomo. Teresa Armato ha tra le sue deleghe il decentramento e i rapporti con le Municipalità. È difficile immaginare una vicenda più pertinente alle sue competenze politiche. Eppure, almeno finora, nessuna parola. Non si tratta di pretendere che l’assessore comunale interferisca nella scelta di un assessore municipale, ma di capire quale sia l’idea di decentramento dell’amministrazione: quella nella quale le Municipalità sono realmente espressione dei territori oppure quella nella quale possono diventare terminali delle esigenze dei partiti.
Lo stesso discorso, su un piano più generale, riguarda il sindaco Gaetano Manfredi. Nessuno può attribuirgli la responsabilità diretta della nomina, ma Manfredi guida una coalizione che ha fatto del rapporto con i territori e delle Municipalità uno dei tasselli dell’amministrazione cittadina. Se quel modello viene progressivamente svuotato e sostituito da una logica di compensazione politica, il problema non può essere liquidato come una faccenda interna al Pd.
Perché alla fine la domanda resta sorprendentemente semplice: a cosa servono le Municipalità? Se devono rappresentare le comunità locali, allora il radicamento, la conoscenza dei quartieri e il rapporto con i circoli non possono essere elementi ornamentali da citare nei documenti congressuali. Se invece le Municipalità devono servire anche a sistemare equilibri, compensare aree politiche e trovare collocazioni utili, sarebbe almeno più trasparente dirlo.
E a cosa servono i circoli del Partito Democratico? A cercare candidati, organizzare campagne elettorali e raccogliere consenso oppure anche a partecipare realmente alle scelte che riguardano i territori nei quali operano? Perché se il loro contributo viene invocato quando serve lavoro politico e ignorato quando si decide, allora la retorica della partecipazione rischia di ridursi a una formula vuota.
La vicenda della VII Municipalità può apparire piccola soltanto a chi considera la politica una semplice distribuzione di incarichi. In realtà racconta molto di più: racconta un partito che parla di periferie ma rischia di trattarle come caselle, che invoca il radicamento ma poi lo considera sacrificabile, che contesta agli altri operazioni politiche che sembra disposto a tollerare quando diventano proprie.
Ed è soprattutto questo metodo che dovrebbe preoccupare il Pd alla vigilia delle prossime elezioni comunali. Gli elettori forse non conoscono tutte le correnti, gli accordi e le compensazioni interne. Ma capiscono perfettamente quando il proprio territorio viene considerato un luogo da rappresentare e quando, invece, viene trattato come una casella da riempire.
Così Esposito resta una voce autorevole della contestazione, senza attribuirgli né responsabilità né un ruolo nella scelta della nomina.

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