LA NAPOLI DI MANFREDI: IL GOVERNO C’È, MA NON SI DICE. E LA PERIFERIA NORD RELEGATA A DORMITORIO



C’è un piccolo problema nel lungo intervento con cui Gaetano Manfredi, sul Corriere del Mezzogiorno, racconta la Napoli che cambia: manca qualcuno.

Anzi, manca proprio quello che su alcuni dei dossier più importanti ha messo soldi, norme e copertura politica: il Governo.

Manfredi rivendica Bagnoli, l’America’s Cup, Palazzo Fuga, le grandi trasformazioni urbane. Tutto legittimo. Ma il Governo Meloni, nel racconto, praticamente evapora.

Eppure su Bagnoli non parliamo di spiccioli. Nel 2024 sono stati stanziati 1 miliardo e 218 milioni di euro per bonifiche, infrastrutture, parco urbano e rigenerazione dell’area. E Manfredi, è bene ricordarlo, lì opera anche come commissario straordinario del Governo, confermato nell’incarico dall’attuale esecutivo.

Poi c’è la colmata.

Manfredi scrive: «abbiamo deciso di non rimuovere la colmata».

Quel “abbiamo”, però, è interessante. Perché Manfredi può aver condiviso politicamente la scelta, certamente. Ma una legge dello Stato non si modifica con una delibera di giunta né con un colpo di penna del commissario.

La legge 582 del 1996 prevedeva il ripristino della morfologia naturale della linea di costa. Per cambiare quel quadro è servito un decreto del Governo e poi una maggioranza parlamentare che lo convertisse.

Quindi sì, Manfredi può dire di aver condiviso la svolta. Ma senza Palazzo Chigi e senza Parlamento quella svolta non ci sarebbe stata.

Poi c’è l’America’s Cup, che lo stesso sindaco indica come acceleratore della nuova Bagnoli. Anche qui: operazione nazionale, regia governativa, interventi normativi e organizzativi dello Stato. Non esattamente una festa di quartiere organizzata da Palazzo San Giacomo.

E c’è Palazzo Fuga, che Manfredi cita tra i simboli della trasformazione. Anche qui occorre distribuire correttamente i meriti: il progetto nasce prima dell’attuale Governo, ma nel 2024 il Ministero della Cultura ha destinato ulteriori 100 milioni di euro di Fondi sviluppo e coesione, aggiungendoli alle risorse già stanziate per il recupero del Real Albergo dei Poveri.

E allora la domanda viene quasi da sola: come mai nel grande racconto della Napoli che rinasce il Governo c’è quando bisogna finanziare, legiferare e decidere, ma scompare quando arriva il momento almeno di citarlo?

Poi c’è l’altro passaggio dell’intervento. E forse è persino più preoccupante.

Manfredi immagina una Napoli policentrica: Est polo dell’innovazione, Ovest polo dello sport e del benessere, Nord area della residenzialità accessibile.

Tradotto senza burocratese: a Est innovazione, imprese e tecnologia; a Ovest sport, benessere, Bagnoli e grandi eventi; a Nord case.

Con servizi, per carità.

Ma sempre case.

È difficile non vedere il rischio: cristallizzare la periferia Nord nella sua storica funzione di dormitorio, proprio mentre si proclama di voler superare le periferie.

E il paradosso aumenta se si guarda proprio a ciò che il Governo ha fatto su Scampia e Secondigliano con l’estensione del cosiddetto modello Caivano, cioè un piano straordinario di interventi infrastrutturali e di riqualificazione sociale e ambientale, con sport, cultura, servizi e contrasto alla povertà educativa.

Insomma, mentre nella visione del sindaco il Nord appare soprattutto come area della residenza, lo Stato prova almeno a portarvi altre funzioni.

E pensare che quasi vent’anni fa, con Rosa Russo Iervolino sindaco, si ragionava sul nuovo stadio nelle aree delle caserme di Miano e poi sulla Cittadella dello Sport. Progetti rimasti in gran parte sulla carta, certo, ma con un’idea precisa: portare a Nord una funzione metropolitana capace di attrarre persone, investimenti e sviluppo.

Lo ricordo bene perché allora ero consigliere comunale e presidente della Commissione Urbanistica.

L’idea era elementare: una periferia non si riscatta soltanto costruendo case migliori. Si riscatta portandoci funzioni, lavoro, attrattori, economia, città.

Manfredi conclude dicendo che Napoli ha gettato le basi per tornare Capitale.

Benissimo.

Ma per tornare davvero Capitale servono due cose: riconoscere il contributo di chi ha reso possibili alcune delle trasformazioni più importanti della città e garantire che lo sviluppo riguardi tutta Napoli, periferia Nord compresa.

 

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