BERMUDA NON SONO PANTALONCINI, IL DIVIETO A BACOLI È STATO MALE INTERPRETATO
I divieti vanno rispettati, non c’è dubbio. Ma perché siano davvero efficaci devono essere scritti con chiarezza ed essere applicati con buon senso. L’episodio accaduto a Bacoli con la cittadina respinta all’ingresso del Comune per via dei suoi bermuda dimostra invece l’opposto: un regolamento formulato in modo generico e interpretato in maniera arbitraria, fino a diventare paradossale.
Il cartello esposto agli ingressi comunali vieta l’accesso “con indumenti non appropriati, in particolare pantaloncini, pantofole e abiti da spiaggia”. Il divieto è chiaro nel suo intento: impedire che si entri negli uffici pubblici vestiti da spiaggia o in modo trasandato. Ma qui nasce l’errore. Confondere i pantaloncini, definiti dal vocabolario Treccani come “pantaloni corti che lasciano scoperte le gambe al di sopra del ginocchio”, con i bermuda, che la stessa Treccani descrive come “pantaloni corti che arrivano al ginocchio, spesso in tessuto elegante”, significa piegare la norma a un’interpretazione eccessiva e priva di fondamento.
È evidente che la signora respinta non indossava indumenti da spiaggia né pantaloncini che mettono in mostra la coscia, ma dei bermuda al ginocchio. Una cosa assolutamente diversa, quindi. Ed è qui che il divieto, per quanto legittimo, diventa mal interpretato: il regolamento parla di pantaloncini, non di bermuda.
La distinzione non è un sofisma linguistico. I bermuda hanno una storia precisa: nascono come parte delle uniformi militari britanniche nei climi tropicali e solo successivamente vengono adottati come abbigliamento civile. Da oltre un secolo sono riconosciuti come capo ordinato, spesso portato con giacca e calze alte fino al ginocchio nelle versioni più classiche. Non certo un simbolo di sciatteria o mancanza di rispetto verso un’istituzione pubblica.
Rifiutare l’ingresso a chi indossa un bermuda significa dunque confondere categorie diverse e applicare in modo distorto un regolamento che, invece, dovrebbe servire a tutelare il decoro. È giusto rispettare le regole, ma è altrettanto giusto pretendere che esse siano formulate e fatte rispettare con precisione e ragionevolezza. Altrimenti si corre il rischio che la norma, da strumento di ordine, si trasformi in motivo di divisione e in occasione di polemiche inutili.
Se il sindaco di Bacoli intende vietare anche i bermuda, allora non ha altra strada che modificare l’avviso e scriverlo nero su bianco. Altrimenti, l’ingresso a chi li indossa va garantito, perché l’avviso parla di pantaloncini, non di bermuda. Confondere le due cose equivale a dire che un vestito lungo e un prendisole siano la stessa cosa: un paradosso che mostra quanto l’interpretazione adottata sia forzata e fuori luogo. Le regole vanno rispettate, certo, ma devono essere scritte bene e applicate meglio.
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